Il limite dei messaggi “terroristici”

Pubblicato: 3 giugno 2010 in Links utili, Notizie su sostanze e dipendenze
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Da un po’ di tempo ci si interroga sull’efficacia dei messaggi forti nella prevenzione al consumo di sostanze, ma ora arrivano studi che li contestano radicalmente. Come riportato nei giorni scorsi da varie fonti Web, esisterebbe addirittura un fenomeno, chiamato stereotype threat (“minaccia dello stereotipo”), che spingerebbe le persone, sottoposte a test cognitivi per verificare il danno causato dalle sostanze, ad ottenere risultati molto bassi, quando vengono classificate come “soggetti a rischio”. Questo accadrebbe, in particolare, ai consumatori di cannabis. Secondo i risultati di una ricerca americana, infatti, i consumatori di hashish o marijuana che avevano ricevuto informazioni particolarmente dure e “terroristiche” sulla pericolosità della sostanza, hanno mostrato ai successivi test linguistici e cognitivi dei punteggi molto bassi, cosa che invece non è avvenuta per altri consumatori della stessa sostanza a cui non era stato effettuato alcun “bombardamento psicologico” di messaggi negativi. Ovviamente si intendono conferme con ulteriori test in futuro, tuttavia questo fa pensare come i discorsi relativi alla cannabis siano sempre molto delicati, ed a volte siano pesantemente influenzati in senso ideologico (sia quando se ne parla male, sia quando la si giustifica o la si elogia). Non sono affatto chiari, invece, gli effetti fisici a lungo termine: un esempio su tutti è rappresentato dal rapporto fra l’assunzione di cannabis e il rischio di contrarre il cancro. Per alcuni il THC è un elevatissimo fattore di rischio per le malattie respiratorie in genere, per altri addirittura una potenziale cura. Per questo è bene adottare, almeno sinché non si avranno ricerche più approfondite e libere da condizionamenti, un approccio diverso e più ampio alle sostanze, che non si limiti alla minaccia ed alla paura, ma collochi le sostanze, ancora una volta, nella complessità della nostra società attuale e delle sue logiche culturali.

[Fonti: http://www.cufrad.it ; http://www.italiachiamaitalia.net/ ]

commenti
  1. Luca De Martino scrive:

    Qui secondo me si vede come dicevamo nei discorsi più vecchi il valore del terrorismo psicologico. Vietare non serve a niente, ma terrorizzare sicuramente più utile, anche se credo che dovrebbe essere l’intelletto umano a dover capire senza allarmismi terroristici che una cosa controproducente e senza senso.

    • marcovag scrive:

      Secondo te serve? L’articolo dimostra il contrario, o quanto meno suggerisce che se proprio si vuole sensibilizzare facendo vedere gli effetti in modo diretto e forte, almeno bisogna essere certi delle informazioni che si trasmettono e della loro affidabilità. Altrimenti si fa del puro terrorismo psicologico, senza un aggancio con la realtà delle cose. Questo allontana le persone, mentre un’informazione precisa e sensata può risultare più utile

      • Luca De Martino scrive:

        Conto mio serve se fatto bn, o almeno comunicare gli effetti negativi reali senza ovattarlo come si tende a fare…

  2. marcovag scrive:

    Questo sicuramente, così come per contro non è opportuno esagerare laddove non esistono ancora ricerche sicure al 100%

    • Luca De Martino scrive:

      E’ vero che non giusto esagerare dove non ci sono ricerche sicure al 100% ma credo che nel dubbio non so se sia peggio dichiarare tale dubbio e quindi fare in modo che la gente lo ignori oppure non dichiarare il dubbio e confermare un effetto molto negativo.

      • marcovag scrive:

        A proposito della nostra discussione cito quello che scrive Raimondo Pavarin nel recente libro “Sballo” (ediz. Erickson 2010, p. 129): “Vi è una scarsa conoscenza dei rischi reali e dei potenziali effetti [delle sostanze], frutto probabilmente della sinergia tra mass media, rappresentazioni sociali e leggende metropolitane che generano una comunicazione distorta che insiste nel veicolare messaggi producenti paura e disinformazione, ma che si è dimostrata inefficace nel contenere l’aumento sia del consumo sia dei comportamenti pericolosi a ciò connessi”

  3. marcovag scrive:

    In effetti anche lo studio che ho citato dovrebbe avere conferme future per essere giudicato attendibile, nel senso che è stato effettuato su un campione di 57 persone, quindi un target abbastanza limitato. Staremo a vedere. Di certo è una ricerca nuova e provocatoria, che rischia davvero di cambiare le carte in tavola. Il problema degli effetti della cannabis è più che mai aperto, ma diciamo che quanto meno ci si aspetterebbe coerenza di trattamento delle sostanze: se si vuol fare del terrorismo psicologico sulla marijuana, allora lo si deve fare anche sull’alcol, ma non per le sue conseguenze, quanto per la sostanza in sé. Personalmente non credo più di tanto nell’efficacia di questo tipo di messaggi “strong”, tuttavia quello che vedo, specie nella politica, è che da un lato si fa una guerra ideologica alla cannabis, ma dall’altro l’alcol, sostanza perfettamente legale, non viene messo altrettanto in discussione; tanto meno viene messo in discussione lo strapotere economico ed il condizionamento esercitato dalle grandi case produttrici mondiali ed europee di alcolici e superalcolici. La bilancia pende da una parte, e si tende a dire che anche le droghe cosiddette “leggere” in realtà non lo sono e possono provocare danni permanenti, il che può esser vero.. ma dall’altro lato quando si parla di sostanze più comuni e “meno orientate ideologicamente” la coerenza si perde subito

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