Cannabis: una questione aperta

Pubblicato: 13 gennaio 2012 in Notizie su sostanze e dipendenze
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Su segnalazione di una persona che segue da tempo questo blog, ho avuto l’opportunità di leggere alcuni articoli molto recenti che testimoniano un rinnovato interesse scientifico per l’approfondimento dei reali effetti dei cannabinoidi. Il primo di essi, intitolato “Association Between Marijuana Exposure and Pulmonary Functions over 20 years“, è uno studio a lungo termine di una serie di ricercatori americani sugli effetti della cannabis sulla capacità polmonare e la respirazione; secondo questo articolo, a differenza del tabacco, la marijuana non avrebbe effetti negativi sul sistema respiratorio, se consumata in quantità moderate o in modo occasionale.

Un secondo articolo, intitolato invece “Is Illicit Drug Use Harmful to Cognitive Functioning in the Midadult Years?” , riguarda uno studio condotto su oltre 8mila soggetti di circa 40 anni d’età. Queste persone sono state invitate a compilare dei questionari self-report in cui dichiaravano la frequenza del proprio consumo di sostanze illegali, quindi a distanza di qualche anno sono state misurate le loro funzioni mnemoniche e cognitive attraverso specifici test. Nella maggior parte dei casi analizzati è emerso che queste funzioni risultavano compromesse per i soggetti caratterizzati da comportamenti di uso frequente, abuso o dipendenza, mentre un uso occasionale non pare associato con questo tipo di compromissione, specialmente per quanto riguarda il consumo di cannabis.

Ora, il problema quando si parla dei cannabinoidi è che il dibattito su di essi è quasi sempre condizionato da prese di posizione ideologiche, che di fatto ne limitano la portata, creando un muro-contro-muro non troppo produttivo, ai fini di una reale comprensione del fenomeno. Quello che parte della letteratura scientifica, anche autorevole (si veda ad esempio il testo di Salvini e Zanellato “Psicologia clinica delle tossicodipendenze”, del 1998), riporta a proposito della cannabis, è che non risultano casi di overdose da questa sostanza, che pertanto a livello medico può essere considerato un problema minore rispetto ad altre droghe; in secondo luogo, è stato ampiamente sfatato il mito che la cannabis sia correlata a comportamenti violenti o criminali (tipico di una certa antica propaganda americana contro questa sostanza), dato che si tratta di una sostanza con effetti prevalentemente allucinogeni, ma soprattutto calmanti. E’ noto invece che marijuana e hashish hanno effetti abbastanza intensi su alcuni comportamenti, come ad esempio la guida, per la quale i problemi connessi al consumo di tale droga possono essere rilevanti, a maggior ragione se alla cannabis si aggiunge l’assunzione di alcol. Quello che è meno evidente e sicuramente tutt’altro che comprovato, sono invece gli effetti di un consumo cronico , reiterato nel tempo, di marijuana o hashish. Secondo la letteratura si producono deficit cognitivi e in particolare danni alla memoria a breve termine. Studi come quelli citati sopra, però, sembrerebbero smentire in parte queste osservazioni. Infine c’è tutto il grande capitolo degli altri effetti fisici long-term, ovvero la correlazione tra l’uso di cannabinoidi e l’insorgenza di tumori, problemi cardiovascolari o respiratori. Qui va detto che il capitolo è quanto mai aperto: il primo dei due articoli qui citati testimonierebbe che la cannabis, a meno che non si parli di abuso, non ha una reale incidenza sulle funzioni respiratorie di base, mentre per le altre problematiche dovremo aspettare ancora qualche anno prima di avere delle certezze. Per questo è presto per dire se, come sostengono alcuni antiproibizionisti, la cannabis faccia bene per il cancro o se, all’0pposto, rappresenti un fattore di rischio. Infine c’è la complessa questione della terapia del dolore, per la quale in alcune Regioni d’Italia ci sono già state delle aperture; in questo caso il discorso è comunque diverso, perché nel trattamento del dolore si utilizzano già sostanze ben più nocive della cannabis come gli oppiacei, che generano una dipendenza fisica indubbiamente superiore.

Quel che può essere interessante approfondire, però, sono gli aspetti psicologici (ed anche sociali, in molti casi) connessi all’uso di questa sostanza. Perché l’uso è così stigmatizzato a livello legislativo e perché, all’opposto, è così fortemente rivendicato come “libertà” al livello delle contro- o delle sub- culture? E, soprattutto, si tratta di una libertà autentica, o dell’ennesima forma di libertà nel consumo, frutto della mercificazione contemporanea, che si nota in tanti altri comportamenti della nostra società? E’ su queste domande che , a mio parere, ci si dovrebbe fermare a ragionare oggi. Probabilmente tra 10 anni daremo ragione a coloro che sostengono che un consumo moderato di questa sostanza non rappresenta un reale problema a livello medico, e smentiremo coloro che sostengono che la cannabis aumenti le probabilità di scompensi fisici o psichici. Di certo è una sostanza psicoattiva, e ciò significa che è comunque in grado di causare alterazioni a livello cerebrale, perché agisce anch’essa sui centri nervosi, come peraltro alcune sostanze legali tra cui alcol e nicotina.

Il punto è dunque chiedersi perché può essere importante continuare a studiare questa sostanza, cioè chiedersi se lo si vuole fare per continuare a demonizzarla e a punirne l’uso, o viceversa per promuoverne un consumo senza limiti, oppure se una reale evidenza scientifica su di essa possa risultare utile per l’esistenza umana oggi. La terza possibilità è quella che, a mio parere, potrà aiutarci a risolvere quel muro-contro-muro abbastanza sterile a cui da anni assistiamo.

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