Dalla cultura del vino alle “relazioni alcoliche”

Pubblicato: 4 marzo 2012 in Notizie su sostanze e dipendenze
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Secondo una recente analisi del Ministero della Salute, riportata dalla Coldiretti, negli ultimi trent’anni circa il consumo medio di vino in Italia si è dimezzato. Proprio il nostro Paese, che insieme ad altri appartiene al bacino mediterraneo, da secoli considerato la culla dell’alimentazione sana e delle cosiddette “culture bagnate” (ovvero quelle in cui vi è un consumo di vino appunto “culturale”, ovvero durante il rito del pasto), oggi vede diminuire sensibilmente queste abitudini. Il vecchio mito del buon vino, associato anche ad antichi significati religiosi, sembra non far più presa sulle famiglie italiane e ancor meno sulle nuove generazioni. Quello che da tempo si va denunciando, anche nella letteratura specialistica, è la diffusione di un consumo diverso, sia per quanto concerne la tipologia delle bevande (birra o superalcolici, come nelle tradizioni nord-europee), sia soprattutto per quanto riguarda i significati e i contesti con cui esse vengono assunte. Gli alcolici divengono l’accompagnamento quasi obbligato di una serata tra amici, di un’uscita dopo cena, di una nottata in discoteca, di un concerto, oppure la necessaria preparazione della serata stessa con un aperitivo o un happy hour. La bevanda, trasformatasi definitivamente in merce come tutte le altre, non viene più degustata, ma consumata fugacemente, ingurgitata d’un fiato, “alla goccia”, one-shot. E’ il mezzo con cui si cerca la relazione con l’altro, la socializzazione: sempre più spesso si beve per sentirsi più sciolti, più disinibiti, per allacciare quei contatti che non si è più capaci di creare in altro modo. E, ancora, si vuole lo stordimento, lo sballo, ci si vuole distaccare dalla routine settimanale, nel vortice di un weekend esagerato.

Al contrario il vino, simbolo di una cultura pluri-centenaria, associato ai pasti, alla convivialità, al dialogo attorno ad un tavolo, scompare o viene riciclato anch’esso come parte di quel consumo vorticoso, da festa del sabato sera o da botellòn in piazza. E’ relegato a corredo demodé di una cultura che non c’è più, quella stessa cultura di cui faceva parte una dieta sana ed equilibrata, uccisa forse per sempre dai ritmi della società contemporanea e dall’irruzione violenta, lipidica e plastificata del junk food, dei cibi sempre più confezionati e sempre più fast, della TV ipnotica accesa a tavola a rendere impossibile qualunque conversazione familiare, di una vita vissuta a spizzichi, bocconi e finger food.

Accanto a ciò, si fa largo una selva brulicante di relazioni di superficie, di incontri fugaci, di incapacità comunicative. Una marea di individui sempre più soli, che per raggiungersi e connettersi hanno bisogno di protesi, di accompagnamenti farmaceutici o sensazioni stupefacenti. Oggi nessuno sarebbe più capace di spezzare il pane e darlo agli altri, o di alzare il calice quale simbolo del sangue e del sacrificio: se mai vi fosse un qualche Profeta, tra i tanti predicatori che affollano la nostra quotidianità, probabilmente mostrerebbe agli altri quanto è capace di ingurgitare quello stesso pane e quel vino nel più breve tempo possibile, in una nuova performance ed una sfida al gruppo.

[per un approfondimento sul tema, consiglio il bel libro di Charlie Barnao, Le relazioni alcoliche, FrancoAngeli, Milano 2011].

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