La prevenzione dimenticata – riflessioni per la Giornata mondiale contro la droga

Pubblicato: 27 giugno 2012 in Eventi ed iniziative
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La giornata di ieri, martedì 26 giugno, come molti sapranno era dedicata alla lotta alla droga. A tal proposito anche i quotidiani, sia cartacei sia online, hanno dedicato servizi ed inchieste al fenomeno delle sostanze. Una di esse, contenuta ne “La Repubblica”, sottolineava come la war to drugs sia stata finora in gran parte una sconfitta. Oggi il traffico di stupefacenti è uno dei primi business al mondo, accanto a quello delle armi e alla prostituzione. I tentativi di fronteggiare questo fenomeno si sono rivelati infruttuosi, tanto che esistono veri e propri narco-Stati, specialmente in Centro e Sud America, dove i cartelli di fatto governano il Paese e gestiscono la distribuzione mondiale. Pensiamo al Messico, dove neppure l’arresto dei grandi boss ha fermato, sinora, una guerra fratricida tra bande, i cui capi vengono puntualmente sostituiti oppure passano il comando alle loro mogli, le cosiddette jefas (capi al femminile). Vi sono poi altre zone del pianeta dove guerre pluriennali o situazioni di caos politico producono terreno fertile ad un aumento dei traffici, vista l’impossibilità di un controllo capillare: pensiamo solo all’Afghanistan, dove la missione americana non ha certo fermato la produzione di oppio, ma lo ha solo spostato in altre zone, oppure a tanti Stati africani dove imperversano le guerre civili, che si pongono come crocevia naturale per gli smistamenti della droga.

Di fronte all’ammissione della sconfitta, che per la prima volta è stata fatta nel recente vertice di Cartagena, in Colombia, 2 sono le strade possibili: ritentare con maggiore forza (ma anche con l’impiego di moltissime risorse economiche e in molti casi militari), oppure cambiare radicalmente strategia, ad esempio nella direzione di una depenalizzazione di alcune sostanze. Gli USA si sono dichiarati contrari a questa seconda possibilità, ma di fatto sempre più Stati la stanno prendendo in considerazione, se non altro per controbilanciare la diffusione delle droghe cosiddette “pesanti”, con la tecnica del “male minore”.

Resta il fatto che, al di fuori di questo macro-traffico, che sembra coinvolgere organizzazioni criminali potentissime e difficili da estirpare, sopravvive un commercio più sottile e subdolo, quello delle nuove droghe, diffuse via Internet e prodotte in laboratori clandestini. Questo sfugge ai cartelli internazionali e per certi versi dà loro fastidio, ma rappresenta un fenomeno tutt’altro che secondario. Preoccupano, in particolare, i nuovi smart shop online, le farmacie che vendono prodotti senza ricerca, la diffusione delle droghe attraverso chat, blog e social network.

In una situazione come questa, la prima tendenza, per certi aspetti inevitabile, è quella alla repressione del fenomeno. Intervenire tempestivamente, segnalare i focolai dello spaccio, fermare il traffico sono sicuramente azioni necessarie. Poi però ci sono tutti gli effetti ulteriori del fenomeno stesso. Allora è l’intervento terapeutico a divenire indispensabile. Qui però ci si divide almeno quanto sulle scelte politiche e legislative: investire in terapie psicologiche, servizi di ascolto e counseling, interventi cognitivo-comportamentali o motivazionali? Oppure ricorrere alla farmacologia? Probabilmente la corretta soluzione sarebbe un equilibrio tra le due opzioni, anche se, a mio avviso, con una lieve propensione per la prima. Eppure il farmaco sembra ancora essere visto da più parti come la soluzione con la S maiuscola. Col risultato che si hanno mantenimenti pluriennali di persone sotto metadone o buprenorfina, oppure si fronteggiano disagi psichici correlati ricorrendo a farmaci che hanno un potere di indurre addiction pari a quello di altre sostanze, e che in molti casi (si vedano gli Stati Uniti) stanno producendo altrettante vittime. A tratti pare perfino che l’affinarsi di certe diagnosi psichiatriche, come la famosa ADHD o sindrome da deficit di attenzione ed iperattività, sia quasi la rampa di lancio naturale per la produzione e la somministrazione di nuovi psicofarmaci. Sebbene tali farmaci in casi cronici risultino inevitabili, c’è il sospetto che a volte il mondo terapeutico ricorra a soluzioni rapide, pronte all’uso, pur di evitare di fronteggiare il problema alla radice. Un esempio? La sindrome da deficit di attenzione ed iperattività ha quasi sicuramente, alla propria base, il mutamento delle abitudini di vita e dei ritmi sociali, lavorativi e familiari dell’epoca contemporanea. Purtroppo viviamo in un mondo che rifiuta di mettere in discussione i suoi pseudo-valori di progresso e performance, che restano divinità impossibili da nominare, figuriamoci da decostruire radicalmente.

Terapia e repressione, dunque. Ma anche prevenzione. E’ su questo terreno che probabilmente andrebbe giocata la partita contro le sostanze e contro il disagio in genere. Da anni si dice che un dollaro investito negli interventi preventivi consente di risparmiare moltissimo in termini di cura e trattamento. Eppure da ciò non consegue, come dovrebbe essere quasi naturalmente, che siano destinati più fondi alla prevenzione, anzi avviene l’esatto contrario. Probabilmente in qualche caso ciò è dovuto al fatto che gli interventi preventivi paiono “troppo poco scientifici”, perché non supportati da adeguate metodologie e valutazioni, ma in tempi di crisi, esattamente come a livello governativo la scure si abbatte sempre sul welfare e i servizi sociali, a livello sanitario nessuno mette in discussione il sacro primato della farmacologia e della repressione. Ed allora viene il sospetto che la prevenzione piaccia poco, dia quasi fastidio, o peggio ancora sia un lavoro che si può fare di tanto in tanto, come un orpello da aggiungere ad altri tipi di intervento. Viceversa la prevenzione richiede continuità, strutturazione, libertà di sperimentare, dialogo, incontro. Tutto questo oggi appare troppo libero e indefinito (un po’ come, in campo professionale, l’attività dell’educatore), in tempi di crisi, per godere di aiuti ed investimenti. Serve qualcosa che faccia effetto subito, che dia risultati pragmatici istantanea. Già, tutto e subito, proprio come vuole chi è dipendente da sostanze o da qualcos’altro e aspetta la gratificazione immediata.

Con una provocazione potremmo dunque concludere che, da questo punto di vista, la giornata mondiale contro la droga è un paradosso, l’ennesimo paradosso di una società drogata fino al midollo. Suona come le tante altre giornate celebrative, che servono a ricordarci una volta all’anno che il problema esiste, a vivere le nostre 24 ore di senso di colpa, per poi mettere il problema sotto il tappeto e tornare alla vita di sempre. Vengono in mente le parole di un monologo di Giorgio Gaber, L’azalea:

Un uomo oggi, non avendo remore di morale e di coscienza, tanto più gliconviene tanto più è carogna. È carogna coi più deboli, è carogna coi più forti… no, coi più forti è viscido… è carogna con la moglie, coi figli, con gli amici, è carogna con il mondo intero. Però la domenica… un’azalea. Tutti che comprano un’azalea. Un’azalea per questo… per quest’altro… per quest’altro ancora… dato che non funziona niente, si risolve tutto con le azalee.”

Per combattere veramente un fenomeno così grande e complesso come quello della droga, e più in generale del disagio, non servono dimostrazioni di forza o grandi celebrazioni, serve lo sforzo quotidiano delle persone, supportato però dalla volontà politica del cambiamento.

commenti
  1. Ciao Marco è da poco che seguo il tuo blog ma ritengo che sia utile se non indispensabile oggi parlare di dipendenze. Purtroppo se ne sta parlando sempre meno. Un problema invisibile (tranne che per gli addetti ai lavori) ma che, proprio perché agisce nell’ombra, diventa sempre più importante.
    Sono d’accordo con te. Oggi serve prevenzione e terapia. Soprattutto psicologica.
    Credo che la guerra alle droghe parta da questo. Nulla di nuovo. Ma oggi, purtroppo, svalutato.
    Cerchiamo di educare e non comprare azalee-

  2. Marco Vagnozzi scrive:

    L’educazione e la prevenzione, come ho scritto, sono ricercate ed elogiate a parole, ma poco supportate dai fatti. La realtà ci mostra che gli investimenti sono nella farmacologia, al limite nelle terapie, ma in minima parte finiscono a reali politiche preventive.. attenzione, ho detto preventive, non repressive! Il problema sta proprio qua. Forse in parte è colpa anche di noi educatori, che siamo poco avvezzi a valutare quello che facciamo e a dimostrarne il reale valore.. fatto sta che anche progetti che possono promettere bene sul piano della valutazione, dell’efficacia e dell’efficienza, in un’epoca di crisi godono di scarsa considerazione. Ciò che ci si aspetta è il risultato immediato: in fondo anche il sistema in cui viviamo promuove la gratificazione immediata, che è esattamente quello che vuole chi ricerca sostanze o altre forme di soddisfazione subitanea del piacere.. La prevenzione, l’ho scritto tante volte, richiede percorsi tortuosi e spesso produce grandi risultati, ma nel tempo. Per questo si dovrebbe promuovere la progettualità pluriennale, l’investimento in ciò che a lungo termine può dare grandi frutti. Purtroppo il mondo in cui viviamo si aspetta tutt’altro. Ecco perché ritengo che la prevenzione sia dimenticata, oggi.

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