Rock e sostanze: l’ennesimo capitolo

Pubblicato: 25 settembre 2012 in Notizie su sostanze e dipendenze
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Per fortuna stavolta non siamo di fronte ad eventi tragici come quelli che hanno sconvolto il mondo dello spettacolo negli ultimi tempi (su tutti, la triste sorte di Amy Winehouse e Whitney Houston), tuttavia la musica fa registrare in questi giorni un’altra pagina negativa. Billie Joe Armstrong, frontman del gruppo punk-rock dei Green Day, dopo una sfuriata abbastanza pesante nel corso di un festival di Las Vegas, ha dichiarato di volersi sottoporre a trattamento per risolvere i suoi problemi di abuso di sostanze (non si sa esattamente quali, ma francamente questo è l’aspetto meno importante). Il 21 settembre, nel corso del suddetto festival (meglio noto come iHeart Radio), il cantante aveva insultato gli organizzatori della manifestazione per avere concesso ai Green Day appena un minuto di tempo invece dei venti previsti originariamente in scaletta, il tutto per rimediare ai ritardi del Festival e consentire ad altri artisti di esibirsi. L’impressionante serie di insulti lanciati da Billie Joe è parsa peraltro fin troppo teatrale per non suscitare il sospetto che dietro ci fosse qualcosa di più di un evidente stato di ebbrezza alcolica o stupefacente: forse addirittura un siparietto per i fans più esagitati? Non è dato saperlo, anche se la notizia che il leader dei Green Day abbia scelto di sottoporsi a trattamento (in inglese rehab, come in una celeberrima canzone della Winehouse) di per sé induce già a qualche riflessione. Da un lato, la si può anche accogliere come la presa di coscienza di un problema reale, con cui evidentemente Armstrong ha deciso di fare i conti, il che è senz’altro un buon esempio per tutti coloro che fanno uso di sostanze ma non ne colgono la problematicità. Dall’altro, però, è pur sempre un’ammissione pubblica, con tutti i pro e i contro della cosa: immaginiamo già, infatti, i cori di insulti da una parte e le esaltazioni incondizionate dei fans dall’altra, come in molti altri esempi (ricordate il caso-Morgan?). Poi c’è l’aspetto culturale, intendiamo dire del rock come cultura sempre meno “contro” e sempre più abitudinaria, come fatto appunto di consumo. Billie Joe è l’idolo di milioni di teenager come per certi aspetti lo erano Hendrix e Janis Joplin che morirono di droga quarant’anni fa, ma con una differenza. Allora il rock era controcultura, polemica non ancora commercializzata, che commise certo l’errore di legarsi all’esaltazione della psichedelia e degli allucinogeni, ma che non era accompagnata da un consumo di massa, sistematico. Oggi molti di quei ragazzi che vanno a sentire i Green Day, come altri gruppi dello stesso genere o di altri generi, sono capaci di urlare a squarciagola le loro canzoni, di saltare o perfino di pogare solo dopo qualche birra di troppo, e non capita di rado di vedere sotto i palchi dei festival più o meno “alternativi” pupille distorte da ben altre sostanze. Non che questo non ci fosse prima, ben inteso, ma quanto meno non costituiva la norma. Credo che la vicenda di Billie Joe Armstrong ci porti a riflettere soprattutto su questo, oltre che sul problema personale di una rockstar.

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