brainupSempre più frequentemente si parla della diffusione di nuove potenti sostanze sintetiche, grazie ai nuovi canali di comunicazione e all’efficacia di molti siti Web tramite i quali vengono vendute. Nel 2007 esplose per la prima volta il fenomeno del mefedrone, una sostanza normalmente utilizzata e messa sul mercato come concime per piante, la cui molecola ricorda quella della pianta del khat e appartiene pertanto alla famiglia dei catinoni, droghe con effetti simili all’MDMA. Da lì cominciò la moda dei cannabinoidi sintetici e delle altre droghe vendute di volta in volta come deodoranti per ambiente, spray, solventi, sali da bagno o altro; tutti si precipitarono ad attivare, per la verità un po’ faticosamente, dei metodi di contrasto. In Italia assistiamo ad un continuo rinnovamento delle tabelle ministeriali per le sostanze considerate illegali, visto che è stato calcolato che ogni anno ne entrino sul mercato almeno 40-50 di nuova fattura, realizzate con piccolissime modifiche a livello chimico che consentono per un po’ di tempo di eludere la legge. Per questo le “nuove droghe” sono state dette smart, furbe, proprio perché riescono ad evitare i controlli e viaggiano al ritmo rapidissimo del Web, attraverso siti difficili da controllare e da bloccare perché non seguono i normali canali dello spaccio e delle grandi organizzazioni criminali, utilizzando server decentrati gestiti da veri e propri esperti delle tecnologie della comunicazione.

Smart, cioè furbi e assai accattivanti, sono anche molti siti di farmacie online, di drug shop realizzati con grafiche innovative e seguendo i più potenti ed efficaci canoni della pubblicità. Per contro, sempre meno smart sono le strategie di contrasto, che ancora seguono una logica di pura repressione o provano a mettere in atto un controllo che nell’era del Web è destinato a perdere in partenza. Sempre meno smart siamo noi che cerchiamo di occuparci di un fenomeno davvero potentissimo utilizzando modi di pensare e di comunicare assolutamente vecchi, che non riescono ad interessare i più giovani che vivono parte del proprio tempo sulla Rete. I siti istituzionali ed educativi non riescono a reggere il passo svelto e l’attrattiva degli smart shop e finiscono per avere pochissimi accessi giornalieri, ancor meno da parte di coloro a cui sono destinati, cioè gli adolescenti e i giovani adulti. Tutto ciò a prezzo di ingenti investimenti per la realizzazione di siti, blog, portali e quant’altro, dove nessuno va o perché usano linguaggi troppo complessi e scientifici, o perché tentano di attrarre con una comunicazione giovanilistica che agli adolescenti suona più che altro come bizzarra o perfino ridicola. Per essere smart people o almeno più smart di coloro che in questo momento stanno vincendo la partita, bisogna popolare gli spazi reali e virtuali ripartendo da una comunicazione differente, con scelte radicali che siano prima di tutto scelte sociali profonde, basate sul coinvolgimento, sul protagonismo giovanile, sulla valorizzazione di capitali sociali. Una volta si diceva “offrire alternative”, come uno dei comandamenti della promozione della salute: ebbene, una prevenzione 2.0 non può pensare di contrastare, deve dare delle opportunità diverse.

 

Oggi ho scelto di proporre un videoclip, che col sottofondo di una musica elettronica rappresenta in modo diretto ma non “terroristico” le  sostanze più diffuse. In questo video si alternano personaggi, volti, corpi che ballano, quasi tutti storditi o viceversa eccitati da qualche tipo di droga, legale o illegale che sia. Si succedono quindi situazioni diverse, più o meno piacevoli, di ragazzi, ragazze ed adulti.

Abbiamo persone che consumano cocaina o altri eccitanti per sentirsi più Up, su di giri, altri invece che ricorrono alle più comuni droghe sintetiche e designer drugs come l’ecstasy, altri ancora che ingeriscono 4-5 sostanze differenti per provare l’ebbrezza di uno sballo totale.

Interessante, al termine del video, è il commento di un personaggio che si allontana dalla discoteca, quasi inorridito dal numero di ragazzi sotto effetto di stupefacenti. La didascalia conclusiva, tuttavia, ci dice che anche lui ha assunto qualcosa, ovvero un noto antidepressivo. Insomma, il filmato offre una miriade di spunti sugli aspetti sociali del consumo di droghe oggi, sull’innumerevole offerta di prodotti più o meno nuovi sul mercato (quasi un supermarket delle sostanze), e sulle vite sempre più drogate dell’uomo comune.

Oggi ho deciso di proporvi un video realizzato dai ragazzi, per trattare un tema non facile come quello delle relazioni al tempo del virtuale. In particolare in questo filmato, realizzato nel 2011 nell’ambito del progetto “Peer2.0”, che ha visto collaborare l’ASL2 torinese, la cooperativa Stranidea e il collettivo Donquixote, si mostra quanto la tecnologia abbia un peso nelle vite quotidiane di tutti noi e come a volte possa divenire essa stessa fonte di dipendenza e quindi di chiusura verso l’esterno.

Il protagonista apparentemente è un adolescente come tanti altri, ma piano piano emerge il suo rapporto morboso con alcuni media come social network e videogiochi; una vera e propria centratura della propria vita sulle tecnologie, che lo porta a ignorare sempre più i propri coetanei. Questo fenomeno, che a molti potrà sembrare esagerato, non è così lontano dalla realtà, per quanto venga notevolmente enfatizzato nel video: infatti le indagini ci dicono che sono in aumento anche in Italia i cosiddetti hikikomori, ovvero quegli adolescenti o pre-adolescenti che trascorrono la maggior parte del tempo nella propria stanza, a chattare o navigare in Rete o a giocare ai videogames, costruendosi una realtà priva di contatti relazionali vis-à-vis . Di recente, specie negli Stati Uniti, si è parlato molto dello IAD, Internet Addiction Disorder, una delle nuove forme di “dipendenza senza sostanza” in cui la fonte principale della addiction è proprio la tecnologia, il Web, di cui la persona dipendente non riesce a fare a meno, sviluppando comportamenti di insofferenza o perfino di astinenza quando è costretto a stare lontano dalla Rete.

Il video aiuta a riflettere ed è ancora più apprezzabile il fatto che lo abbiano realizzato in prima persona dei ragazzi. I complimenti vanno dunque agli studenti dell’Istituto Tecnico Bodoni e all’Istituto professionale Casa di carità arti e mestieri di Torino e ai vari enti che hanno promosso questa iniziativa che possiamo a pieno titolo classificare come un ottimo esempio di prevenzione 2.0

“Dobbiamo cercare di dare un taglio alle nostre speranze di continuità […], vedere ogni situazione e istante come un’unità. Differente, indipendente. Un lavoro in corso” [D. Eggers, Conoscerete la nostra velocità, p. 160]

Con queste parole lo scrittore americano Dave Eggers descrive l’avventuroso viaggio in giro per il mondo dei due protagonisti del suo romanzo “Conoscerete la nostra velocità”. A volte è proprio la narrativa ad offrirci, più o meno volontariamente, una descrizione sociologica del presente. Eggers in queste righe coglie l’essenza del nostro tempo che tanti hanno chiamato post-moderno. L’avvento delle tecnologie ha favorito questa imperante cultura della velocità, che però non nasce con la Rete né va ricondotta alle sue ultime manifestazioni, i social network, sulle cui bacheche i vari post, messaggi, interventi si moltiplicano e si superano l’un l’altro, lasciando in realtà una traccia, ma diventando obsoleti già pochi istanti dopo che li abbiamo letti. Cosa c’entra tutto questo con la prevenzione o con la salute? Non è difficile capirlo. La velocità costringe alla performance, a sentirsi sempre impegnati a rincorrere qualcosa, in dovere di assicurare il giusto apporto prestazionale. E’ in questo quadro che si collocano da tempo i consumi in senso lato, dall’acquisto dell’ultimo modello di smartphone al sogno di un’auto nuova, sino ai consumi di sostanze e alla ricerca dei numerosi additivi che ci permettono di affrontare la nostra quotidianità.133151778-afb2f642-3a32-4a4f-a26a-fe388e02ef1c Una realtà mutata, in cui non è vero soltanto che le stesse sostanze divengono una merce, ma anche che le merci somigliano sempre più a droghe: nascono così anche le nuove dipendenze, dal workaholism del lavoro che invade il nostro cosiddetto “tempo libero”, ai disturbi alimentari, alle promesse di un gioco d’azzardo col quale si sogna la vincita che ci possa elevare dalle sabbie mobili di una vita economicamente sempre meno soddisfacente. Le “vecchie” dipendenze peraltro non scompaiono, semmai si trasformano con la comparsa di nuove droghe smart, furbe, che eludono i controlli e che si diffondono altrettanto rapidamente grazie alla Rete, oppure ravvivano consumi già noti come quello della cocaina, droga sempre più alla portata di tutti. A ciò si aggiungono le feste degli happy hour, le abbuffate alcoliche del sabato sera, gli shots da consumare al volo. La velocità è il vero imperativo sociale.

Fermarsi, per contro, pare impossibile. Arrestare questo flusso di informazioni, di inviti al consumo, questa pioggia di seduzioni pubblicitarie che ci circondano e ci attanagliano, è pura utopia. Percepiamo, come adulti responsabili delle nuove generazioni, l’incredibile velocità di digitazione dei bambini e degli adolescenti sempre più multitasking. Ma dobbiamo proprio rinunciare a creare momenti di riflessione, di condivisione, di critica? Certo, siamo costretti in qualche modo ad adeguarci ai nuovi ritmi sociali, a comprendere quella che probabilmente sarà una touch screen generation, che vive nel paradigma dello switch, del cambio rapido da uno strumento all’altro, da una pagina Internet all’altra, o tra le mille applicazioni di un tablet, di un I-Pad o di uno smartphone. SmartphoneTuttavia sarebbe un errore rinunciare in partenza a giocare la nostra partita, come allenatori che studiano il gioco dell’altra squadra, che ragionano a tavolino, che rallentano per comprendere l’avversario. Sembriamo una schiera di scacchisti contro una formazione di centometristi, ma possiamo integrare le reciproche competenze.

Come educatori, genitori, insegnanti, non possiamo limitarci però a fare l’elogio della lentezza contro la velocità imperante. Dobbiamo appunto, fermarci un attimo, nella constatazione che il nostro presente è sempre più frammentato, fatto di attimi, istanti separati, flash, spunti, tweets. A noi spetta il compito di creare connessioni, di evitare che le nuove generazioni vivano una realtà divisa in spot. A tutto ciò si aggiunge il compito educativo di promuovere la salute, intesa come benessere fisico, psicologico, sociale, in senso lato anche culturale e politico; compito ancora più difficile nell’epoca della crisi economica e di una presentificazione estrema, in cui si tende a gettare via il passato e non si ha la capacità per immaginare il futuro, e in cui i ragazzi giustamente faticano a progettare e progettarsi. E’ qui che molti scelgono di vivere esclusivamente il presente, col piede sull’acceleratore, mentre molti altri provano a ritagliarsi spazi di evasione dall’ansia, momenti di relax; per i primi ci sono sostanze che attivano, che eccitano, che rendono perfettamente performanti. Per i secondi ci sono farmaci sedativi, tranquillanti, cannabinoidi e molto altro. Sovente le due categorie si mescolano e diventano semplicemente momenti diversi della vita di una stessa persona.

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Due anni fa esposi riflessioni simili nel mio volume Fermiamoci un attimo! ed oggi quel titolo mi pare ancora estremamente attuale e funzionale a descrivere ciò che sta accadendo nella nostra società dei consumi. Allora parlai di una riscoperta della lentezza, oggi forse mi sento più propenso a ricercare una velocità controllata e a vedere noi educatori come dei “limitatori di velocità” di auto che viaggiano sempre più rapide sull’autostrada della contemporaneità. Dobbiamo acquisire scaltrezza, essere smart ben più dei nostri telefonini, siamo noi a dover riacquisire una capacità di controllo e di decisione, siamo noi a dover comprendere e a doverci prendere cura dei nostri adolescenti, senza vivere tuttavia nella preoccupazione, nell’allarmismo sociale o nell’ansia della protezione a tutti i costi. Solo così loro impareranno a navigare nel mare magnum del presente.

morgan-nuovo-disco-e-confusione-allorizzonteIl cantante Morgan è stato ricoverato in ospedale; secondo molti si tratterebbe di un problema di abuso di farmaci. La notizia è stata diffusa da fonti ufficiali e non, tanto che subito si è scatenato un tam-tam mediatico che ha provocato la reazione dello stesso Morgan. L’artista avrebbe richiesto maggiore riservatezza sulle proprie condizioni di salute e pare non abbia gradito l’ennesima discussione pubblica sui suoi problemi personali.

Di fatto, però, quello che Morgan sembra dimenticare è che fu lui, due o tre anni fa, a suscitare le prime polemiche nei canali televisivi e sui giornali, dichiarando di utilizzare abitualmente la cocaina “come antidepressivo”. A queste affermazioni shock fecero seguito dibattiti in TV nei principali talk show, con tanto di immancabili correzioni e smentite del diretto interessato. Oggi la questione si ripropone, non per bocca di Morgan ma di altri e non a proposito della cocaina ma probabilmente di altre sostanze. Il tema di fondo però è sempre lo stesso: non tanto l’uso di droghe (legali o illegali che siano) da parte di personaggi dello spettacolo, ma il possibile impatto pubblico di certi comportamenti e certe dichiarazioni, soprattutto sui più giovani. In tutto questo, accade anche che chi non si prende la responsabilità delle proprie “sparate”, finisca inconsapevolmente per diventarne a sua volta vittima..