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ImmagineDa qualche anno, precisamente da quando si sono fatti più intensi i richiami sociali all’uso di alcolici e parallelamente sono aumentate le preoccupazioni di medici, psicologi e altri “addetti ai lavori” per la salute dei più e meno giovani, sentiamo parlare di prodotti innovativi per ridurre l’effetto dell’alcol e minimizzarne le conseguenze negative. Due o tre anni fa in Italia si diffuse il mito di una bevanda capace di azzerare il tasso alcolico nel sangue in poche decine di minuti, permettendo così a chi aveva bevuto di passare indenne la prova dell’etilometro. Subito si scatenarono le polemiche, anche perché l’organismo umano, dissero gli esperti, ha un tempo naturale di smaltimento dell’alcol ed alterarlo con altre sostanze può comportare qualche rischio. Inoltre non si conosceva l’esatta composizione chimica del tanto decantato “beverone miracoloso”. Presto il tutto si risolse in una bufala, che tuttavia aveva fruttato qualche soldo agli inventori della bevanda anti-etilometro.

Più recentemente negli Stati Uniti qualcuno ha sostenuto di aver inventato un utilissimo cerotto capace di ridurre le conseguenze delle sbronze, vale a dire i mal di testa, la nausea ed altri fastidiosi sintomi del “morning after”. Non si sa se questo nuovo pseudo-farmaco, già venduto in Rete, sia in grado di mantenere le sue promesse, ma di certo è prevedibile un boom di vendite tra coloro che non vogliono rinunciare all’ubriacatura del sabato sera come vero e proprio rituale, ma non amano sentirsi male la mattina dopo. Più che gli effetti collaterali del cerotto americano, bisognerebbe fare attenzione al messaggio che tramite esso si fa passare, del tipo “conciati pure peggio che puoi, tanto ci sarà sempre qualcosa che ti rimette in sesto”. 

Secondo una recente analisi del Ministero della Salute, riportata dalla Coldiretti, negli ultimi trent’anni circa il consumo medio di vino in Italia si è dimezzato. Proprio il nostro Paese, che insieme ad altri appartiene al bacino mediterraneo, da secoli considerato la culla dell’alimentazione sana e delle cosiddette “culture bagnate” (ovvero quelle in cui vi è un consumo di vino appunto “culturale”, ovvero durante il rito del pasto), oggi vede diminuire sensibilmente queste abitudini. Il vecchio mito del buon vino, associato anche ad antichi significati religiosi, sembra non far più presa sulle famiglie italiane e ancor meno sulle nuove generazioni. Quello che da tempo si va denunciando, anche nella letteratura specialistica, è la diffusione di un consumo diverso, sia per quanto concerne la tipologia delle bevande (birra o superalcolici, come nelle tradizioni nord-europee), sia soprattutto per quanto riguarda i significati e i contesti con cui esse vengono assunte. Gli alcolici divengono l’accompagnamento quasi obbligato di una serata tra amici, di un’uscita dopo cena, di una nottata in discoteca, di un concerto, oppure la necessaria preparazione della serata stessa con un aperitivo o un happy hour. La bevanda, trasformatasi definitivamente in merce come tutte le altre, non viene più degustata, ma consumata fugacemente, ingurgitata d’un fiato, “alla goccia”, one-shot. E’ il mezzo con cui si cerca la relazione con l’altro, la socializzazione: sempre più spesso si beve per sentirsi più sciolti, più disinibiti, per allacciare quei contatti che non si è più capaci di creare in altro modo. E, ancora, si vuole lo stordimento, lo sballo, ci si vuole distaccare dalla routine settimanale, nel vortice di un weekend esagerato.

Al contrario il vino, simbolo di una cultura pluri-centenaria, associato ai pasti, alla convivialità, al dialogo attorno ad un tavolo, scompare o viene riciclato anch’esso come parte di quel consumo vorticoso, da festa del sabato sera o da botellòn in piazza. E’ relegato a corredo demodé di una cultura che non c’è più, quella stessa cultura di cui faceva parte una dieta sana ed equilibrata, uccisa forse per sempre dai ritmi della società contemporanea e dall’irruzione violenta, lipidica e plastificata del junk food, dei cibi sempre più confezionati e sempre più fast, della TV ipnotica accesa a tavola a rendere impossibile qualunque conversazione familiare, di una vita vissuta a spizzichi, bocconi e finger food.

Accanto a ciò, si fa largo una selva brulicante di relazioni di superficie, di incontri fugaci, di incapacità comunicative. Una marea di individui sempre più soli, che per raggiungersi e connettersi hanno bisogno di protesi, di accompagnamenti farmaceutici o sensazioni stupefacenti. Oggi nessuno sarebbe più capace di spezzare il pane e darlo agli altri, o di alzare il calice quale simbolo del sangue e del sacrificio: se mai vi fosse un qualche Profeta, tra i tanti predicatori che affollano la nostra quotidianità, probabilmente mostrerebbe agli altri quanto è capace di ingurgitare quello stesso pane e quel vino nel più breve tempo possibile, in una nuova performance ed una sfida al gruppo.

[per un approfondimento sul tema, consiglio il bel libro di Charlie Barnao, Le relazioni alcoliche, FrancoAngeli, Milano 2011].

Secondo una recente ricerca che sarà pubblicata sull’American Journal of Men’s Health, sembra esservi una correlazione significativa  tra il pubblicare contenuti in Rete legati al consumo di alcolici e l’avere più amici sui principali social network. Lo studio è stato condotto su oltre 200 profili di ragazzi ed adulti, ed anche questi ultimi sembrano fare frequentemente riferimento all’uso di alcol, attraverso la pubblicazione di foto o video, forse ancor più dei giovanissimi. Secondo vari studiosi, dunque, l’alcol risulterebbe un fattore di aggregazione tra pari anche in Rete. Questo testimonia, una volta di più, che Facebook ed altri network, lungi dall’essere delle pure “stanze virtuali”, non soltanto riproducono molte dinamiche reali, ma le amplificano..

FONTE: http://www.cufrad.it/news.php?id_news=8521

A giudicare da un recente rapporto dell’Istituto Superiore di Sanità, sembrerebbe in aumento il fenomeno delle “abbuffate alcoliche” o binge drinking, tipico dei fine settimana. Il 18% dei consumatori tra i 18 e i 69 anni è definito “a rischio”, mentre se consideriamo la fascia 18-24 anni, la più esposta al fenomeno, la percentuale sale al 36%. Il binge drinking è più diffuso tra i ragazzi che tra le ragazze, ma soprattutto colpisce un target socialmente ed economicamente benestante, o comunque non disagiato, e per di più istruito; la maggior parte di questi bevitori, infatti, può vantare un titolo di studio quale un diploma di scuola superiore o di laurea. Insomma, pare proprio che le abbuffate alcoliche si confermino come un fenomeno tipico dei paesi più sviluppati e, rispetto ad altri consumi, vadano a colpire in prevalenza ragazzi cosiddetti “normali”, integrati e di buona famiglia, a conferma del ruolo sempre più sociale del consumo stesso.

Come segnalato in questi giorni dal sito Progettosteadycam.it (che mette a disposizione in streaming i video che potete trovare qui sotto), si è conclusa da poco, all’interno del programma Rai “Unomattina”, una mini-fiction intitolata “Brava Giulia”, che ha trattato alcune tematiche particolarmente delicate riguardanti l’universo giovanile. Una puntata è stata dedicata alle malattie sessualmente trasmissibili (AIDS compresa) ed è stata seguita da un breve dibattito in studio, con l’attrice protagonista e con alcuni esperti; qui emergono le dolenti note, visto che né nel corso della fiction, né nella discussione successiva, viene realmente approfondito il problema delle malattie veneree, o meglio, si dà spazio ad un lungo elenco di possibili patologie, e si sorvola su alcuni aspetti assolutamente fondamentali della prevenzione di esse. Ad esempio colpisce che la parola “preservativo” venga sostituita da espressioni abbastanza curiose come “protezione di barriera” o un generico “precauzione” (si veda il video qui sotto). Si potrebbe continuare a lungo con osservazioni simili, ma quello che colpisce è anche l’orario: perché mandare una fiction destinata ai giovani alle 9 di mattina, e soprattutto all’interno di un programma che generalmente non viene visto da un pubblico adolescente? Ed ancora, se proprio si vuole colpire il target ricercato, perché utilizzare un tono così simile alla predica, e non, ad esempio, un videoclip o uno spot più immediato, ma che almeno dia le informazioni essenziali?

Colpisce ancor di più, nella sua essenzialità e soprattutto nei suoi toni, un’altra puntata, stavolta dedicata all’alcol, dove si narra la storia di una ragazza che pare distratta, scontrosa e depressa, perché improvvisamente caduta nel tunnel dell’alcol. Qui la sostanza viene descritta né più né meno come una droga (affermazione corretta), ma quello che non convince è l’insistenza sul problema dell’alcolismo e della dipendenza, che forse non è il tema più attuale oggi. Il problema alcol è indubbiamente scottante, ed i dati recenti paiono confermarlo, così come è vero che riguarda in prevalenza (ma non solamente) i giovani; tutto sommato, però, fenomeni come il rituale binge drinking, o il consumo concentrato in certi giorni e certe ore, per lo più incentivato da happy hours ed altre forme promozionali, sono diverse, soprattutto nelle loro motivazioni scatenanti, dall’abuso di un alcolista. Vero è che nella fiction si parla anche del “farsi vedere” o “sentirsi più grandi” come motivi scatenanti, ma ancora una volta non si arriva al cuore del problema: la promozione del consumo di alcolici come fatto sociale e mass-mediatico. Inoltre, il tono ancora una volta “da predica” della madre nella fiction (vedi qui sotto) perde a priori la partita con certi spot rapidi, coinvolgenti ed efficaci che ci spingono a bere l’ultimo drink di tendenza o la bevanda cool del momento.