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La domanda sorge spontanea e legittima, dopo che il presidente della Federazione mondiale antidoping (WADA) John Fahey sembra aver aperto ad una depenalizzazione della marijuana e dell’hashish come sostanza dopante. Propriamente un farmaco o una droga per poter essere definiti come doping devono possedere varie caratteristiche, tra cui la pericolosità per la salute dell’atleta, la capacità di alterare in positivo le prestazioni sportive, essere contro lo spirito dello sport. Alla luce delle proprietà psicoattive della cannabis, non sembra che questa sostanza possa apportare un miglioramento alla performance degli atleti, dal momento che rallenta i riflessi, altera i movimenti ed è classificabile come un allucinogeno. Venendo a mancare questa caratteristica, automaticamente non si dovrebbero considerare i cannabinoidi come sostanze dopanti. (altro…)

Su segnalazione di una persona che segue da tempo questo blog, ho avuto l’opportunità di leggere alcuni articoli molto recenti che testimoniano un rinnovato interesse scientifico per l’approfondimento dei reali effetti dei cannabinoidi. Il primo di essi, intitolato “Association Between Marijuana Exposure and Pulmonary Functions over 20 years“, è uno studio a lungo termine di una serie di ricercatori americani sugli effetti della cannabis sulla capacità polmonare e la respirazione; secondo questo articolo, a differenza del tabacco, la marijuana non avrebbe effetti negativi sul sistema respiratorio, se consumata in quantità moderate o in modo occasionale.

Un secondo articolo, intitolato invece “Is Illicit Drug Use Harmful to Cognitive Functioning in the Midadult Years?” , riguarda uno studio condotto su oltre 8mila soggetti di circa 40 anni d’età. Queste persone sono state invitate a compilare dei questionari self-report in cui dichiaravano la frequenza del proprio consumo di sostanze illegali, quindi a distanza di qualche anno sono state misurate le loro funzioni mnemoniche e cognitive attraverso specifici test. Nella maggior parte dei casi analizzati è emerso che queste funzioni risultavano compromesse per i soggetti caratterizzati da comportamenti di uso frequente, abuso o dipendenza, mentre un uso occasionale non pare associato con questo tipo di compromissione, specialmente per quanto riguarda il consumo di cannabis.

Ora, il problema quando si parla dei cannabinoidi è che il dibattito su di essi è quasi sempre condizionato da prese di posizione ideologiche, che di fatto ne limitano la portata, creando un muro-contro-muro non troppo produttivo, ai fini di una reale comprensione del fenomeno. Quello che parte della letteratura scientifica, anche autorevole (si veda ad esempio il testo di Salvini e Zanellato “Psicologia clinica delle tossicodipendenze”, del 1998), riporta a proposito della cannabis, è che non risultano casi di overdose da questa sostanza, che pertanto a livello medico può essere considerato un problema minore rispetto ad altre droghe; in secondo luogo, è stato ampiamente sfatato il mito che la cannabis sia correlata a comportamenti violenti o criminali (tipico di una certa antica propaganda americana contro questa sostanza), dato che si tratta di una sostanza con effetti prevalentemente allucinogeni, ma soprattutto calmanti. E’ noto invece che marijuana e hashish hanno effetti abbastanza intensi su alcuni comportamenti, come ad esempio la guida, per la quale i problemi connessi al consumo di tale droga possono essere rilevanti, a maggior ragione se alla cannabis si aggiunge l’assunzione di alcol. Quello che è meno evidente e sicuramente tutt’altro che comprovato, sono invece gli effetti di un consumo cronico , reiterato nel tempo, di marijuana o hashish. Secondo la letteratura si producono deficit cognitivi e in particolare danni alla memoria a breve termine. Studi come quelli citati sopra, però, sembrerebbero smentire in parte queste osservazioni. Infine c’è tutto il grande capitolo degli altri effetti fisici long-term, ovvero la correlazione tra l’uso di cannabinoidi e l’insorgenza di tumori, problemi cardiovascolari o respiratori. Qui va detto che il capitolo è quanto mai aperto: il primo dei due articoli qui citati testimonierebbe che la cannabis, a meno che non si parli di abuso, non ha una reale incidenza sulle funzioni respiratorie di base, mentre per le altre problematiche dovremo aspettare ancora qualche anno prima di avere delle certezze. Per questo è presto per dire se, come sostengono alcuni antiproibizionisti, la cannabis faccia bene per il cancro o se, all’0pposto, rappresenti un fattore di rischio. Infine c’è la complessa questione della terapia del dolore, per la quale in alcune Regioni d’Italia ci sono già state delle aperture; in questo caso il discorso è comunque diverso, perché nel trattamento del dolore si utilizzano già sostanze ben più nocive della cannabis come gli oppiacei, che generano una dipendenza fisica indubbiamente superiore.

Quel che può essere interessante approfondire, però, sono gli aspetti psicologici (ed anche sociali, in molti casi) connessi all’uso di questa sostanza. Perché l’uso è così stigmatizzato a livello legislativo e perché, all’opposto, è così fortemente rivendicato come “libertà” al livello delle contro- o delle sub- culture? E, soprattutto, si tratta di una libertà autentica, o dell’ennesima forma di libertà nel consumo, frutto della mercificazione contemporanea, che si nota in tanti altri comportamenti della nostra società? E’ su queste domande che , a mio parere, ci si dovrebbe fermare a ragionare oggi. Probabilmente tra 10 anni daremo ragione a coloro che sostengono che un consumo moderato di questa sostanza non rappresenta un reale problema a livello medico, e smentiremo coloro che sostengono che la cannabis aumenti le probabilità di scompensi fisici o psichici. Di certo è una sostanza psicoattiva, e ciò significa che è comunque in grado di causare alterazioni a livello cerebrale, perché agisce anch’essa sui centri nervosi, come peraltro alcune sostanze legali tra cui alcol e nicotina.

Il punto è dunque chiedersi perché può essere importante continuare a studiare questa sostanza, cioè chiedersi se lo si vuole fare per continuare a demonizzarla e a punirne l’uso, o viceversa per promuoverne un consumo senza limiti, oppure se una reale evidenza scientifica su di essa possa risultare utile per l’esistenza umana oggi. La terza possibilità è quella che, a mio parere, potrà aiutarci a risolvere quel muro-contro-muro abbastanza sterile a cui da anni assistiamo.

La carrellata di personaggi famosi che si lasciano andare a dichiarazioni non proprio impeccabili sulle droghe sembra non avere fine. Più o meno chiuso il caso Morgan (salvo sporadici interventi, la TV pare averlo dimenticato), presto sostituito dalle inchieste sulle showgirl e la coca milanese, stavolta è il turno della cantante Ornella Vanoni, che, imitando le dichiarazioni della collega Patty Pravo di qualche mese fa, ha ammesso di fare uso di spinelli. Non per sballo o divertimento, ma per dormire. Altro che tisane e camomille. La cantante italiana sostiene che le canne siano un buon modo per rilassarsi e fare sonni più tranquilli. Ciò che più sorprende è che a dirlo, per l’appunto, è una tranquilla signora ultrasettantenne; evidentemente i tempi cambiano e i consumi sono sempre più trasversali ai gruppi sociali ed etnici, alle idee politiche e perfino alle generazioni.

Come reagiranno la politica e il mondo dello spettacolo? C’è già chi si è espresso con durezza sul caso, e chi, come il sottosegretario Giovanardi, ne ha tratto ulteriori spunti per la sua crociata antidroga, proponendo nuovamente di fare il test a tutti i VIP, specialmente se hanno intenzione di partecipare al Festival di Sanremo…

[fonte immagine: http://www.pupia.tv/notizie/000639.html%5D

Raccolgo un’altra interessante segnalazione degli studenti del progetto “Prevenzione 2.0”; in questo articolo si fa riferimento a due ricerche, condotte in Svezia e Gran Bretagna, che hanno scoperto, o meglio confermato, che la cannabis può causare danni, non solo a livello cerebrale. Tipicamente, infatti, gli spinelli contengono, oltre ai cannabinoidi, il tabacco, e l’effetto delle due sostanze, se assunte contemporaneamente, può essere particolarmente dannoso.

C’è ormai la diffusa opinione, specie tra i giovani, che la marijuana abbia specifiche proprietà terapeutiche, in particolare contro il cancro. Al contrario, dalla ricerca emergerebbe che il suo effetto unito a quello del tabacco aumenta le probabilità di contrarre tumori, ed incide negativamente sul cervello: non solo, come si dice abitualmente, “si bruciano i neuroni”, ma più precisamente ci sarebbero dei danni nella zona cerebrale detta “amigdala”, quella parte che propriamente serve alla gestione ed al controllo delle emozioni. Insomma, una sostanza come la cannabis, tradizionalmente associata al bisogno di relax, potrebbe invece, a lungo andare, favorire l’esatto opposto, ovvero un’incapacità di controllare l’aggressività e le esplosioni di rabbia.

Sicuramente le due ricerche devono ancora trovare conferma, però ci suggeriscono, ancora una volta, che molti dei nostri “falsi miti” sul consumo di sostanze devono essere sfatati.

Fonte: http://viaggi.libero.it/news/portland-cannabis-gratis-al-bar-oregon-usa-ne1794.phtml

A questo link trovate un articolo sulla liberalizzazione della cannabis in un coffee shop dell’Oregon, negli Stati Uniti. Che ne pensate? Tante sono le riflessioni possibili su questo tema così complesso e delicato