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Ultimamente abbiamo dedicato molto spazio, sul blog, alla tragica guerra della droga che si combatte ormai da tempo in Messico. Le più recenti statistiche sono impressionanti, e riferiscono addirittura di un 63% di messicani coinvolto direttamente col traffico di stupefacenti e di un 8% di cittadini soggiogati dal potere delle diverse bande di narcos sparse per il Paese. Inoltre, i consumatori di droghe sarebbero 20 milioni, una popolazione quasi equivalente a quella di Città del Messico, nonché un quinto della popolazione dell’intera nazione; di questi, 1 milione sarebbe tossicodipendente. Se i dati non fossero di per sé sufficientemente allarmanti, bisogna aggiungere che di recente la brutalità e la violenza estrema dei narcos si è manifestata anche con il massacro di numerosi tossicodipendenti ricoverati nelle varie cliniche private messicane.

Quale sarà la risposta degli altri Paesi all’escalation di violenza e disagio del Messico? Assisteremo ad una nuova “war to drugs” come quella avviata dagli Stati Uniti negli anni ’80 e proseguita sotto l’amministrazione Bush e, se così sarà, si arriverà ad ottenere dei risultati? Certo la situazione nello Stato centroamericano pare davvero difficile da risolvere, anche per via delle numerosissime collusioni della polizia locale e dell’esercito con la malavita..

[fonte originale: http://www.fides.org/aree/news/newsdet.php?idnews=34622&lan=ita ]

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Uno speciale uscito sul giornale “La Repubblica” ieri, 17 marzo, affronta il tremendo problema dei cartelli della droga in Messico.

Il paese centro-americano, come scrive Don Wislow nell’articolo, vive oggi una situazione caotica, per la forte contrapposizione tra le bande del Golfo e quelle delle città di Juarez e Sinaloa, che si contendono lo smercio della droga, soprattutto la cocaina proveniente dal Sudamerica. Un tempo in Messico si produceva l’oppio, la base per la morfina, che veniva esportato negli U.S.A. già durante la Seconda Guerra Mondiale, per sostituire le rotte asiatiche bloccate dalla situazione internazionale. Nell’immediato dopoguerra, gli Stati Uniti cambiarono politica, perché il boom dell’eroina aveva devastato il Paese. Così Washington sostenne il Messico nel dare la caccia ai narcos, e questi ultimi a loro volta cambiarono tattica, puntando dunque sullo spaccio di coca.

La situazione sembrò per un certo periodo sotto il controllo di un’unica grande Federaciòn degli spacciatori, peraltro gestita da un ex-poliziotto corrotto, poi, come ricorda ancora Winslow, vi fu una nuova spaccatura interna e si arrivò così all’attuale caos, nonché ad una vera e propria guerra. Non si può chiamare con altro nome, infatti, la successione di massacri ed orrori non solo tra gli appartenenti alle bande (alcuni di essi sono stati decapitati o sciolti nell’acido), ma anche tra la popolazione civile (esecuzioni sommarie, corpi lasciati come monito al confine con gli U.S.A., eccetera) e soprattutto tra quei pochi settori della polizia e dell’esercito nazionale che non si lasciano corrompere dai narcos e provano a combatterli. Questa guerra ha portato un numero di vittime non di molto inferiore a quelle dei conflitti in Iraq o Afghanistan.

Purtroppo, secondo il giornalista, la responsabilità in questo massacro non è soltanto del Messico e della sua politica interna: basti pensare che il 25% delle droghe illegali esistenti al mondo è consumato negli Stati Uniti, e che proprio dal Nord America proviene circa il 90% delle armi di cui si servono i narcotrafficanti messicani. Ciò che occorre, dunque, è prima di tutto una strategia internazionale, che non può limitarsi ad un’azione repressiva alle frontiere (il solo provvedimento attuato sino a questo momento), ma deve allargarsi sino a comprendere una reale presa di coscienza, da parte degli U.S.A., della necessità di attuare finalmente scelte oneste e non ambigue.

In chiusura, vi propongo un video che ho trovato su YouTube e che parla proprio di questo terribile conflitto.