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Durante questa lunga estate di scandali, gossip, polemiche, dichiarazioni di personaggi famosi legate alle sostanze, non potevano mancare le immancabili riflessioni sui consumi e le dipendenze. Su quest’ultimo punto, peraltro, la pioggia di informazioni è stata davvero fitta ed intensa: si è sentito parlare molto di Internet addiction, di gioco d’azzardo, si è arrivati anche a classificare nuove forme di dipendenza, come la drunk-anoressia, o addirittura la dipendenza da abbronzatura.. Accanto a queste, ovviamente, pervangono tipologie ben più tradizionali, legate alle sostanze psicotrope, il cui mercato si evolve sempre più rapidamente, specie con la nuova frontiera delle smart drugs. Chi cerca informazioni sul Web e sugli altri media, da questo punto di vista, ha solo l’imbarazzo della scelta. Già, ma come selezionare accuratamente i dati importanti da questo immenso flusso? Per di più, non di rado queste informazioni vengono trasmesse con un linguaggio complesso, che le rende poco appetibili ai più giovani, ai quali invece dovrebbero essere indirizzate. La comunicazione sociale finisce così per oscillare pericolosamente tra 2 tendenze opposte: l’iper-specialismo e il generalismo. Da un lato si classifica minuziosamente, si descrive, si sviscera ogni particolare, con termini forse troppo complessi. Dall’altro si nutre l’illusione, tipica di un certo modello di “prevenzione universale” forse superato (specie alla luce delle diversificazioni e delle complessità della nostra società attuale), che argomenti e situazioni diverse possano essere descritte e trattate nella stessa maniera.  Infine, permane quell’atteggiamento di diffidenza e paura verso le nuove tecnologie, troppo spesso viste come produttrici di nuove dipendenze, che non consente al mondo dell’educazione di aprirsi pienamente ad esse. In tal modo, anziché tentare di “colonizzare” gli spazi Web sfruttando la naturale predisposizione dei ragazzi verso i nuovi media, si punta il dito contro un universo che si conosce ancora troppo poco: il risultato è che si perde pericolosamente terreno nei confronti di altri modi di utilizzare la Rete, per scopi tutt’altro che raccomandabili. Col Web 2.0, i social network, i blog, i forum e quant’altro, si promuovono ad esempio le sostanze, come testimonia il recente caso del mefedrone ma anche l’esplosione del fenomeno smart drugs. E’ sufficiente presentare i rischi di Internet per cautelarsi contro la nascita di queste pericolose devianze al suo interno? Non sarebbe opportuno, anziché perdersi in polemiche sterili o in ansie classificatorie, provare ad educare anche attraverso il Web?  

[fonte immagini: http://www.trackback.it/articolo/rete-tutti-abbiamo-una-personal-area-network/9186/ ; http://www.tecnoetica.it/2007/01/04/dipendenza-da-web-20/ ]

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Il progetto Web, sotto forma di blog, è gestito dal professor Umberto Nizzoli e presenta una suddivisione in molte categorie: abuso di sostanze, bullismo, problematiche alimentari, gioco d’azzardo e molto altro. E’ possibile anche scaricare diversi materiali e trovare aggiornamenti su convegni, seminari e corsi dedicati alle problematiche giovanili.