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Oggi ho deciso di proporvi un video realizzato dai ragazzi, per trattare un tema non facile come quello delle relazioni al tempo del virtuale. In particolare in questo filmato, realizzato nel 2011 nell’ambito del progetto “Peer2.0”, che ha visto collaborare l’ASL2 torinese, la cooperativa Stranidea e il collettivo Donquixote, si mostra quanto la tecnologia abbia un peso nelle vite quotidiane di tutti noi e come a volte possa divenire essa stessa fonte di dipendenza e quindi di chiusura verso l’esterno.

Il protagonista apparentemente è un adolescente come tanti altri, ma piano piano emerge il suo rapporto morboso con alcuni media come social network e videogiochi; una vera e propria centratura della propria vita sulle tecnologie, che lo porta a ignorare sempre più i propri coetanei. Questo fenomeno, che a molti potrà sembrare esagerato, non è così lontano dalla realtà, per quanto venga notevolmente enfatizzato nel video: infatti le indagini ci dicono che sono in aumento anche in Italia i cosiddetti hikikomori, ovvero quegli adolescenti o pre-adolescenti che trascorrono la maggior parte del tempo nella propria stanza, a chattare o navigare in Rete o a giocare ai videogames, costruendosi una realtà priva di contatti relazionali vis-à-vis . Di recente, specie negli Stati Uniti, si è parlato molto dello IAD, Internet Addiction Disorder, una delle nuove forme di “dipendenza senza sostanza” in cui la fonte principale della addiction è proprio la tecnologia, il Web, di cui la persona dipendente non riesce a fare a meno, sviluppando comportamenti di insofferenza o perfino di astinenza quando è costretto a stare lontano dalla Rete.

Il video aiuta a riflettere ed è ancora più apprezzabile il fatto che lo abbiano realizzato in prima persona dei ragazzi. I complimenti vanno dunque agli studenti dell’Istituto Tecnico Bodoni e all’Istituto professionale Casa di carità arti e mestieri di Torino e ai vari enti che hanno promosso questa iniziativa che possiamo a pieno titolo classificare come un ottimo esempio di prevenzione 2.0

Secondo uno studio condotto negli Stati Uniti da alcuni ricercatori del Maryland su un gruppo di studenti universitari di tutto il mondo, sono in aumento i giovani che non riescono a staccarsi dalla Rete, ed in particolare da Facebook e da altri social network. Al gruppo di studenti è stato chiesto infatti di rimanere disconnessi per almeno 24 ore da qualunque dispositivo multimediale, potendo comunicare soltanto con il telefono fisso. Il risultato è che quasi tutti i ragazzi coinvolti nella ricerca denunciavano un senso di astinenza, non potendo aggiornare con regolarità il proprio profilo, mandare messaggi col cellulare o semplicemente consultare la Rete. Bisogna andar cauti, comunque, nel parlare di “dipendenza dalle nuove tecnologie”. Il problema c’è ed è forte, se è vero che alcuni giovani trascorrono oltre 4 ore al giorno connessi e che non riescono a fare a meno di inviare tweets, chattare, scrivere sulla bacheca degli amici o modificare il proprio status su Facebook; ciò non toglie che vi sia egualmente spazio, in molti casi, per altre attività che non necessariamente si svolgono nello spazio del virtuale. Studi come quello del Maryland, tra l’altro, sottopongono il campione ad esperienze che risultano ormai innaturali alla maggior parte di noi. Quanti infatti lavorano senza computer o cellulare? Per certi versi, si tratta di una necessità (certamente indotta), più che di una scelta. Il problema sta semmai nella capacità di bilanciare connessione e disconnessione, reale e virtuale, Rete e vita sociale in senso “tradizionale”, senza dimenticare però che tra reale e virtuale non c’è un’opposizione così netta, e che molti giovani sanno comunque trovare i propri momenti di “evasione dalla Rete” ed i propri spazi per incontrarsi e parlarsi. Insomma, non è il caso di fare allarmismi, perché per fortuna la dipendenza da Internet e dalle tecnologie è ancora un fenomeno circoscritto, benché non vada sottovalutato.

Durante questa lunga estate di scandali, gossip, polemiche, dichiarazioni di personaggi famosi legate alle sostanze, non potevano mancare le immancabili riflessioni sui consumi e le dipendenze. Su quest’ultimo punto, peraltro, la pioggia di informazioni è stata davvero fitta ed intensa: si è sentito parlare molto di Internet addiction, di gioco d’azzardo, si è arrivati anche a classificare nuove forme di dipendenza, come la drunk-anoressia, o addirittura la dipendenza da abbronzatura.. Accanto a queste, ovviamente, pervangono tipologie ben più tradizionali, legate alle sostanze psicotrope, il cui mercato si evolve sempre più rapidamente, specie con la nuova frontiera delle smart drugs. Chi cerca informazioni sul Web e sugli altri media, da questo punto di vista, ha solo l’imbarazzo della scelta. Già, ma come selezionare accuratamente i dati importanti da questo immenso flusso? Per di più, non di rado queste informazioni vengono trasmesse con un linguaggio complesso, che le rende poco appetibili ai più giovani, ai quali invece dovrebbero essere indirizzate. La comunicazione sociale finisce così per oscillare pericolosamente tra 2 tendenze opposte: l’iper-specialismo e il generalismo. Da un lato si classifica minuziosamente, si descrive, si sviscera ogni particolare, con termini forse troppo complessi. Dall’altro si nutre l’illusione, tipica di un certo modello di “prevenzione universale” forse superato (specie alla luce delle diversificazioni e delle complessità della nostra società attuale), che argomenti e situazioni diverse possano essere descritte e trattate nella stessa maniera.  Infine, permane quell’atteggiamento di diffidenza e paura verso le nuove tecnologie, troppo spesso viste come produttrici di nuove dipendenze, che non consente al mondo dell’educazione di aprirsi pienamente ad esse. In tal modo, anziché tentare di “colonizzare” gli spazi Web sfruttando la naturale predisposizione dei ragazzi verso i nuovi media, si punta il dito contro un universo che si conosce ancora troppo poco: il risultato è che si perde pericolosamente terreno nei confronti di altri modi di utilizzare la Rete, per scopi tutt’altro che raccomandabili. Col Web 2.0, i social network, i blog, i forum e quant’altro, si promuovono ad esempio le sostanze, come testimonia il recente caso del mefedrone ma anche l’esplosione del fenomeno smart drugs. E’ sufficiente presentare i rischi di Internet per cautelarsi contro la nascita di queste pericolose devianze al suo interno? Non sarebbe opportuno, anziché perdersi in polemiche sterili o in ansie classificatorie, provare ad educare anche attraverso il Web?  

[fonte immagini: http://www.trackback.it/articolo/rete-tutti-abbiamo-una-personal-area-network/9186/ ; http://www.tecnoetica.it/2007/01/04/dipendenza-da-web-20/ ]