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ImmagineDopo le recenti polemiche sull’imminente apertura di una grande sala da gioco a Pegli, poi bloccata grazie ad una manifestazione popolare a cui avevano aderito molti cittadini ed esponenti di associazioni tra cui la Comunità di San Benedetto, in questi giorni a Genova si torna a parlare di gioco d’azzardo. A muoversi questa volta sono i ragazzi del Chico Mendes, che organizzano per il prossimo weekend del 6-7 luglio una serie di iniziative nel quartiere di Sampierdarena, una di quelle zone cittadine colpite da una massiccia diffusione di sale slot e “macchinette” nei bar. 
L’evento è stato battezzato Non giochiamoci Sampierdarena e prevede una riscoperta delle semplici e antiche forme di socializzazione di quartiere, dal torneo di cirulla (celebre gioco di carte ligure, variante della scopa) alla festa, con la proiezione di un film intitolato “Per molti euro in più”, prodotto da A. Nikakis e dal Laboratorio Sociale Buridda.

Al centro dell’iniziativa vi è l’attenzione per il dilagante fenomeno del gioco d’azzardo e delle slot machine, che, come sottolineano gli organizzatori, portano abbrutimento, emarginazione, solitudine, isolamento sociale, sino alla vera e propria dipendenza. Una piaga sociale che miete sempre più vittime e che in tempi di crisi economica rappresenta un abbaglio ed una falsa speranza a cui molti si aggrappano, pensando di poter modificare la propria condizione con una vincita, ma finendo per cadere in un circolo vizioso difficile da interrompere. 

Si chiama vigoressia o “complesso di Adone” ed è un particolare tipo di disturbo che coinvolge soprattutto i giovani adulti, ossessionati dall’idea di avere un corpo muscoloso e “scolpito”. Si tratta di una condotta compulsiva o patologica  simile ad altre ben più note, come l’anoressia o la bulimia, ma che in questo caso riguarda in special modo i maschi. Chi soffre di vigoressia trascorre molte ore in palestra, si sottopone a diete ricche di proteine e in molti casi ricorre ad anabolizzanti pur di tonificare i propri muscoli. Come per altre forme di dipendenza, anche per questa le conseguenze sono numerose, sia sul piano fisico sia sul piano economico e socio-relazionale: il vigoressico segue un regime alimentare sbagliato, poiché troppo ricco di proteine e povero di altri alimenti e sostanze nutritive, il che può condurre a problemi renali, senza contare tutte le complicazioni derivanti dall’uso di anabolizzanti (impotenza, tumori, problemi cardio-circolatori e così via); procurarsi queste sostanze inoltre può essere molto dispendioso e a volte si ricorre al mercato nero, con tutti i problemi di scarsa qualità e di pericolosità di ciò che si ingerisce. La vigoressia però, come altri disturbi compulsivi, è una vera e propria ossessione che progressivamente riduce i contatti e le relazioni sociali. Chi vive per la forma perfetta ed il vigore fisico spende quasi tutto il proprio tempo libero alla cura del corpo, con conseguenze molto pesanti sul normale ritmo sonno-veglia, crescenti stati di stress e di ansia, irritabilità, ipertensione, persistente nervosismo.

E’ impressionante notare come col passare del tempo si producano sempre nuove forme di dipendenza o disturbo patologico, quasi tutte riconducibili al mito della performance, sia essa di tipo lavorativo e produttivo (workaholism), sessuale (sex addiction) o più classicamente una performance riconducibile al divertimento e allo sballo (droghe e alcol) o, come in questo caso e per quanto riguarda l’anoressia e la bulimia, una necessità di raggiungere un presunto modello ideale di corpo, talora propagandato dai media e talora più semplicemente coltivato e diffuso quale valore sociale. A ciò si aggiungono difficoltà economiche crescenti, in un periodo non certo facile per noi come per altri Paesi, e ciò moltiplica i fattori di rischio che possono condurre allo sviluppo di nuove patologie. Naturalmente non si tratta solo di fattori macro-sociali, talvolta si parla di numerosissime altre variabili, tra cui le relazioni familiari, gli affetti, i rapporti col gruppo dei pari, insomma l’ambiente sociale prossimale all’individuo. Come per la prevenzione di altre dipendenze, ad esempio quella da sostanze, si tratta di investire molto, per il futuro, in progetti che servano a migliorare l’ambiente in senso lato, ma anche a rafforzare i rapporti familiari e il buon funzionamento delle relazioni interpersonali. Si tratterà insomma di curare il corpo sociale al pari di quello individuale.

[fonti: http://www.cufrad.it/news.php?id_news=10931 ; http://www.disturbi-alimentari.it/vigoressia.htm ]

Secondo uno studio condotto negli Stati Uniti da alcuni ricercatori del Maryland su un gruppo di studenti universitari di tutto il mondo, sono in aumento i giovani che non riescono a staccarsi dalla Rete, ed in particolare da Facebook e da altri social network. Al gruppo di studenti è stato chiesto infatti di rimanere disconnessi per almeno 24 ore da qualunque dispositivo multimediale, potendo comunicare soltanto con il telefono fisso. Il risultato è che quasi tutti i ragazzi coinvolti nella ricerca denunciavano un senso di astinenza, non potendo aggiornare con regolarità il proprio profilo, mandare messaggi col cellulare o semplicemente consultare la Rete. Bisogna andar cauti, comunque, nel parlare di “dipendenza dalle nuove tecnologie”. Il problema c’è ed è forte, se è vero che alcuni giovani trascorrono oltre 4 ore al giorno connessi e che non riescono a fare a meno di inviare tweets, chattare, scrivere sulla bacheca degli amici o modificare il proprio status su Facebook; ciò non toglie che vi sia egualmente spazio, in molti casi, per altre attività che non necessariamente si svolgono nello spazio del virtuale. Studi come quello del Maryland, tra l’altro, sottopongono il campione ad esperienze che risultano ormai innaturali alla maggior parte di noi. Quanti infatti lavorano senza computer o cellulare? Per certi versi, si tratta di una necessità (certamente indotta), più che di una scelta. Il problema sta semmai nella capacità di bilanciare connessione e disconnessione, reale e virtuale, Rete e vita sociale in senso “tradizionale”, senza dimenticare però che tra reale e virtuale non c’è un’opposizione così netta, e che molti giovani sanno comunque trovare i propri momenti di “evasione dalla Rete” ed i propri spazi per incontrarsi e parlarsi. Insomma, non è il caso di fare allarmismi, perché per fortuna la dipendenza da Internet e dalle tecnologie è ancora un fenomeno circoscritto, benché non vada sottovalutato.

Nell’ampio e complesso mondo delle dipendenze, che non nascono solo dal rapporto problematico con determinate sostanze (alcol, tabacco, droghe illegali, farmaci ecc.), gli studi degli ultimi anni hanno indicato, solo per citarne alcune, la Internet Addiction o dipendenza dal Web (e più in generale dalle nuove tecnologie), lo shopping compulsivo, la dipendenza dal gioco d’azzardo e molte altre. Nella nostra società, in cui il fattore stress sembra incidere sempre più pesantemente sulla salute, non possono certo mancare quelli che gli anglosassoni chiamano workaholics, ovvero i dipendenti da lavoro. Ossessionate dalla propria attività, alcune persone arrivano a sacrificare quasi completamente il proprio tempo libero, dimenticando relazioni, affetti familiari, distrazioni e hobby, per lavorare continuamente ed instancabilmente. Perennemente connessi al proprio pc, o legati al cellulare, o semplicemente ansiosi di finire a tutti i costi un lavoro iniziato in settimana e non terminato prima del weekend, i workaholics divengono schiavi di un senso del dovere patologico, di uno stakanovismo nel nome del quale si sacrifica tutto il resto. Le conseguenze sono facilmente prevedibili: cambiamenti di umore, irritabilità, insonnia, difficoltà e peggioramenti nelle relazioni interpersonali e familiari. Più o meno gli stessi sintomi che si presentano con altre forme di dipendenza. Come combattere il workaholism?  Cercando di staccare la spina ogni tanto, provando a riposarsi,  ritagliarsi momenti di sana e sincera evasione. Forse, ogni tanto, anche vivendo disconnessi dai tanti dispositivi che ci circondano quotidianamente.