Su segnalazione di una persona che segue da tempo questo blog, ho avuto l’opportunità di leggere alcuni articoli molto recenti che testimoniano un rinnovato interesse scientifico per l’approfondimento dei reali effetti dei cannabinoidi. Il primo di essi, intitolato “Association Between Marijuana Exposure and Pulmonary Functions over 20 years“, è uno studio a lungo termine di una serie di ricercatori americani sugli effetti della cannabis sulla capacità polmonare e la respirazione; secondo questo articolo, a differenza del tabacco, la marijuana non avrebbe effetti negativi sul sistema respiratorio, se consumata in quantità moderate o in modo occasionale.

Un secondo articolo, intitolato invece “Is Illicit Drug Use Harmful to Cognitive Functioning in the Midadult Years?” , riguarda uno studio condotto su oltre 8mila soggetti di circa 40 anni d’età. Queste persone sono state invitate a compilare dei questionari self-report in cui dichiaravano la frequenza del proprio consumo di sostanze illegali, quindi a distanza di qualche anno sono state misurate le loro funzioni mnemoniche e cognitive attraverso specifici test. Nella maggior parte dei casi analizzati è emerso che queste funzioni risultavano compromesse per i soggetti caratterizzati da comportamenti di uso frequente, abuso o dipendenza, mentre un uso occasionale non pare associato con questo tipo di compromissione, specialmente per quanto riguarda il consumo di cannabis.

Ora, il problema quando si parla dei cannabinoidi è che il dibattito su di essi è quasi sempre condizionato da prese di posizione ideologiche, che di fatto ne limitano la portata, creando un muro-contro-muro non troppo produttivo, ai fini di una reale comprensione del fenomeno. Quello che parte della letteratura scientifica, anche autorevole (si veda ad esempio il testo di Salvini e Zanellato “Psicologia clinica delle tossicodipendenze”, del 1998), riporta a proposito della cannabis, è che non risultano casi di overdose da questa sostanza, che pertanto a livello medico può essere considerato un problema minore rispetto ad altre droghe; in secondo luogo, è stato ampiamente sfatato il mito che la cannabis sia correlata a comportamenti violenti o criminali (tipico di una certa antica propaganda americana contro questa sostanza), dato che si tratta di una sostanza con effetti prevalentemente allucinogeni, ma soprattutto calmanti. E’ noto invece che marijuana e hashish hanno effetti abbastanza intensi su alcuni comportamenti, come ad esempio la guida, per la quale i problemi connessi al consumo di tale droga possono essere rilevanti, a maggior ragione se alla cannabis si aggiunge l’assunzione di alcol. Quello che è meno evidente e sicuramente tutt’altro che comprovato, sono invece gli effetti di un consumo cronico , reiterato nel tempo, di marijuana o hashish. Secondo la letteratura si producono deficit cognitivi e in particolare danni alla memoria a breve termine. Studi come quelli citati sopra, però, sembrerebbero smentire in parte queste osservazioni. Infine c’è tutto il grande capitolo degli altri effetti fisici long-term, ovvero la correlazione tra l’uso di cannabinoidi e l’insorgenza di tumori, problemi cardiovascolari o respiratori. Qui va detto che il capitolo è quanto mai aperto: il primo dei due articoli qui citati testimonierebbe che la cannabis, a meno che non si parli di abuso, non ha una reale incidenza sulle funzioni respiratorie di base, mentre per le altre problematiche dovremo aspettare ancora qualche anno prima di avere delle certezze. Per questo è presto per dire se, come sostengono alcuni antiproibizionisti, la cannabis faccia bene per il cancro o se, all’0pposto, rappresenti un fattore di rischio. Infine c’è la complessa questione della terapia del dolore, per la quale in alcune Regioni d’Italia ci sono già state delle aperture; in questo caso il discorso è comunque diverso, perché nel trattamento del dolore si utilizzano già sostanze ben più nocive della cannabis come gli oppiacei, che generano una dipendenza fisica indubbiamente superiore.

Quel che può essere interessante approfondire, però, sono gli aspetti psicologici (ed anche sociali, in molti casi) connessi all’uso di questa sostanza. Perché l’uso è così stigmatizzato a livello legislativo e perché, all’opposto, è così fortemente rivendicato come “libertà” al livello delle contro- o delle sub- culture? E, soprattutto, si tratta di una libertà autentica, o dell’ennesima forma di libertà nel consumo, frutto della mercificazione contemporanea, che si nota in tanti altri comportamenti della nostra società? E’ su queste domande che , a mio parere, ci si dovrebbe fermare a ragionare oggi. Probabilmente tra 10 anni daremo ragione a coloro che sostengono che un consumo moderato di questa sostanza non rappresenta un reale problema a livello medico, e smentiremo coloro che sostengono che la cannabis aumenti le probabilità di scompensi fisici o psichici. Di certo è una sostanza psicoattiva, e ciò significa che è comunque in grado di causare alterazioni a livello cerebrale, perché agisce anch’essa sui centri nervosi, come peraltro alcune sostanze legali tra cui alcol e nicotina.

Il punto è dunque chiedersi perché può essere importante continuare a studiare questa sostanza, cioè chiedersi se lo si vuole fare per continuare a demonizzarla e a punirne l’uso, o viceversa per promuoverne un consumo senza limiti, oppure se una reale evidenza scientifica su di essa possa risultare utile per l’esistenza umana oggi. La terza possibilità è quella che, a mio parere, potrà aiutarci a risolvere quel muro-contro-muro abbastanza sterile a cui da anni assistiamo.

E’ notizia di alcuni giorni fa, per quanto ormai nell’immaginario collettivo non faccia quasi più notizia, se non per il sensazionalismo che ogni tanto si scatena dai media, la morte di un altro ragazzo, ucciso al Palanord di Bologna da un cocktail di alcol e droghe sintetiche. Il policonsumo si conferma come un fenomeno in costante aumento soprattutto tra i giovanissimi, tanto che ormai l’epoca delle sostanze, prese singolarmente e ricercate per i loro effetti specifici, pare conclusa da un pezzo. Questa sembra essere l’era del mix indiscriminato finalizzato ad un solo scopo: lo sballo, l’auto-alienazione dalla realtà anche solo per qualche ora. MDMA, ketamina, allucinogeni, coca, superalcolici, energy drink, in qualche caso anche eroina, vengono assunti con la precisa idea di vivere quest’esperienza di separazione da un mondo che offre ai più giovani sempre meno garanzie e speranze per il futuro. E’ la presentificazione estrema della realtà,  in cui, per la verità, si uccide anche il presente autentico, ci si nega la possibilità di viverlo veramente, senza additivi o protesi chimiche, così come ci si nega l’opportunità di relazioni e comunicazioni sociali, di divertimenti e passatempi che non siano bagnati dall’alcol o conditi da altre sostanze. Se prima il supermarket delle sostanze era organizzato per file ben distinte, ognuna ricca di prodotti per uno scopo ben preciso, oggi questo stesso supermercato conosce nuove offerte, nuove promozioni, perché il Dio-consumo esige lo shopping chimico estremo, l’abbuffata di acquisti e di consumazioni, l’eterno happy hour dove di happy c’è davvero poco, specie nelle espressioni e nelle esistenze di queste giovani vittime contemporanee.

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In attesa di nuovi aggiornamenti e commenti sul tema della promozione della salute, che continueremo a seguire da vicino nei prossimi giorni, il blog Prevenzione 2.0 augura a tutti i suoi lettori un sereno Natale ed un felice 2012.

Si chiama vigoressia o “complesso di Adone” ed è un particolare tipo di disturbo che coinvolge soprattutto i giovani adulti, ossessionati dall’idea di avere un corpo muscoloso e “scolpito”. Si tratta di una condotta compulsiva o patologica  simile ad altre ben più note, come l’anoressia o la bulimia, ma che in questo caso riguarda in special modo i maschi. Chi soffre di vigoressia trascorre molte ore in palestra, si sottopone a diete ricche di proteine e in molti casi ricorre ad anabolizzanti pur di tonificare i propri muscoli. Come per altre forme di dipendenza, anche per questa le conseguenze sono numerose, sia sul piano fisico sia sul piano economico e socio-relazionale: il vigoressico segue un regime alimentare sbagliato, poiché troppo ricco di proteine e povero di altri alimenti e sostanze nutritive, il che può condurre a problemi renali, senza contare tutte le complicazioni derivanti dall’uso di anabolizzanti (impotenza, tumori, problemi cardio-circolatori e così via); procurarsi queste sostanze inoltre può essere molto dispendioso e a volte si ricorre al mercato nero, con tutti i problemi di scarsa qualità e di pericolosità di ciò che si ingerisce. La vigoressia però, come altri disturbi compulsivi, è una vera e propria ossessione che progressivamente riduce i contatti e le relazioni sociali. Chi vive per la forma perfetta ed il vigore fisico spende quasi tutto il proprio tempo libero alla cura del corpo, con conseguenze molto pesanti sul normale ritmo sonno-veglia, crescenti stati di stress e di ansia, irritabilità, ipertensione, persistente nervosismo.

E’ impressionante notare come col passare del tempo si producano sempre nuove forme di dipendenza o disturbo patologico, quasi tutte riconducibili al mito della performance, sia essa di tipo lavorativo e produttivo (workaholism), sessuale (sex addiction) o più classicamente una performance riconducibile al divertimento e allo sballo (droghe e alcol) o, come in questo caso e per quanto riguarda l’anoressia e la bulimia, una necessità di raggiungere un presunto modello ideale di corpo, talora propagandato dai media e talora più semplicemente coltivato e diffuso quale valore sociale. A ciò si aggiungono difficoltà economiche crescenti, in un periodo non certo facile per noi come per altri Paesi, e ciò moltiplica i fattori di rischio che possono condurre allo sviluppo di nuove patologie. Naturalmente non si tratta solo di fattori macro-sociali, talvolta si parla di numerosissime altre variabili, tra cui le relazioni familiari, gli affetti, i rapporti col gruppo dei pari, insomma l’ambiente sociale prossimale all’individuo. Come per la prevenzione di altre dipendenze, ad esempio quella da sostanze, si tratta di investire molto, per il futuro, in progetti che servano a migliorare l’ambiente in senso lato, ma anche a rafforzare i rapporti familiari e il buon funzionamento delle relazioni interpersonali. Si tratterà insomma di curare il corpo sociale al pari di quello individuale.

[fonti: http://www.cufrad.it/news.php?id_news=10931 ; http://www.disturbi-alimentari.it/vigoressia.htm ]

Sei un educatore, un professionista o un esperto nel campo della prevenzione del disagio giovanile, con particolare interesse per la promozione della salute e il trattamento dei comportamenti a rischio? Sei un giovane disposto a discutere in maniera diversa dal comune queste tematiche, sfruttando le potenzialità del Web 2.0? Sei un genitore o un insegnante che ritiene che il blog “Prevenzione 2.0″ possa rappresentare uno spazio dove affrontare coi figli o gli studenti alcune notizie di attualità che possono riguardarli da vicino?

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Non solo frequenti episodi di disagio psichico, casi crescenti di depressione, ed altre forme di stress dovuti a traumi e shock vissuti in guerra: pare che i militari, in particolare quelli del Regno Unito, siano decisamente esposti al rischio di abusare di alcolici, una volta concluso il proprio periodo di servizio. Il 13% dei soldati britannici sarebbero vittime di questa problematica, una percentuale superiore del doppio a quella della popolazione civile. L’abuso di sostanze, del resto, storicamente ha quasi sempre rappresentato un problema per i reduci dalle guerre, specie nel Novecento. L’esposizione prolungata a tensioni, regimi di vita particolarmente rigidi, ed ovviamente ad un costante rischio di vita, ha portato ad esempio molti reduci del Vietnam a varie forme di patologia psichiatrica, alla depressione e conseguentemente a ricorrere a sostanze psicotrope sia legali (come l’alcol), sia soprattutto illegali. Sembra dunque che oggi tra i militari britannici, impegnati in diverse missioni internazionali in luoghi “caldi” del pianeta come l’Afghanistan o l’Iraq (anche se è notizia di questi giorni il ritiro della missione dallo Stato del Golfo Persico), si stia ripetendo la stessa storia.

Si chiama “Le bolle d’alcol” ed è un video che mette insieme slogan, interviste e opinioni dei ragazzi: lo hanno realizzato, al termine dello scorso anno scolastico 2010-2011, gli studenti dell’Ente di Formazione professionale “Forma” di Chiavari (GE), nell’ambito del progetto “Attiv@mente”, a cura del Centro di Solidarietà di Genova e finanziato dalla Provincia. Il video rappresenta un tentativo, da parte di alcuni adolescenti, di comunicare ai propri coetanei un messaggio di prevenzione dei rischi associati al consumo di alcolici tra i giovani, in un’ottica di educazione tra pari.

Le riprese, i dialoghi, le interviste ed il tema sono stati interamente scelti dagli studenti, che precedentemente avevano partecipato ad un ciclo di incontri informativi sul tema del consumo di alcol e sostanze illegali con gli educatori del settore Prevenzione del Centro di Solidarietà di Genova, con alcuni operatori del SerT della Asl3 e della Asl4,  con la Polizia Stradale e la Polizia Postale e delle Comunicazioni.

Secondo quanto emerge da una ricerca a cura di Telefono Azzurro ed Eurispes, oltre il 50% degli adolescenti dichiara di non parlare mai del consumo di droghe con i propri genitori, il 36% circa dichiara di farlo occasionalmente ed appena l’8% frequentemente. Abbastanza tabù, per i giovani, risulta anche l’argomento della sessualità. Dalla ricerca emergerebbe, per contro, una volontà da parte dei genitori di discutere di questi temi, probabilmente non corrisposta dai figli, che preferiscono mantenere tali argomenti entro la propria sfera privata. Sin qui nulla di nuovo, verrebbe da dire: solo una normale tendenza, da parte dei più giovani, ad evitare il confronto e spesso a “chiudersi a riccio” rispetto all’universo adulto. Quello che però si nasconde, forse, dietro a tutto ciò, è una più marcata difficoltà comunicativa che oggi sembra manifestarsi tra le generazioni, a dispetto di una relazione genitori/figli che sembra somigliare sempre più ad un rapporto amicale. Attenzione dunque a prendere troppo alla lettera le ricerche e le statistiche, rischiando false interpretazioni. Non è necessariamente vero che gli adolescenti non vogliano parlare del consumo di droghe (o della sessualità) coi propri padri e le proprie madri, probabilmente il problema è che vi sono sempre meno occasioni concrete per farlo, e che sempre più spesso i figli trovano, come unici mentori o (pseudo) autorità su questo tema le informazioni della TV (quando ci sono) o dei siti Internet. Col rischio di essere dispersi in un mare confuso di affermazioni non sempre veritiere.

[fonte articolo: ADUC Droghe- http://droghe.aduc.it/notizia/figli+non+parlano+sesso+droga+coi+genitori_124475.php ]

Riportiamo oggi una notizia, pubblicata in Italia da Repubblica, relativa ad un’iniziativa della polizia di Cardiff, in Galles. Le forze dell’ordine locali, esasperate dalle esagerazioni di molti giovani universitari della città gallese, hanno scelto di rendere pubbliche le fotografie di questi ragazzi, nella speranza che ciò possa servire a sensibilizzare sul problema dell’abuso di alcol.

La galleria, visibile sul sito di Repubblica.it al link http://www.repubblica.it/persone/2011/10/11/foto/cardiff_giovani_e_alcol_le_strade_della_vergona-23041511/1/?ref=HRESS-2 , mostra alcune ragazze accovacciate ai lati della strada, visibilmente provate dall’assunzione di alcolici, ed altri giovani in atteggiamenti piuttosto spensierati.

Non si sa quanto questa iniziativa servirà realmente a colpire l’opinione pubblica e soprattutto a raggiungere i giovani, facendo riflettere su come l’alcol sia diventato da tempo un problema molto serio, soprattutto per i comportamenti a rischio ad esso correlati. Di sicuro farà discutere la scelta di pubblicare certe foto che, all’opposto, potrebbero anche suscitare un desiderio di emulazione più che di repulsione. Che ne pensate?

Il Centro di Solidarietà di Genova ricerca persone che compilino questo questionario entro il 12 settembre:

https://spreadsheets.google.com/spreadsheet/viewform?hl=it&formkey=dDNsZ2hFSlBjSVpRVlMtY0xxeWF3MFE6MQ#gid=0

Invitiamo i lettori del blog a collaborare, bastano pochi clic !

Sul sito del progetto “Attiv@mente” e sul blog, al link http://attivamentenoi.blogspot.com/2011/08/dipendenze.html , potete trovare un interessante articolo sulle dipendenze scritto da un ragazzo dell’Istituto Ravasco di Genova. Cimentatevi nella lettura ed esprimete la vostra opinione commentando direttamente sul blog o qui su Prevenzione 2.0!